Da Gioia di Eugenio Borgna, Einaudi, 2025
“La vera gioia non viene dalle cose, dall’avere… Nasce dall’incontro, dalla relazione con gli altri, nasce dal sentirsi accettati, compresi, amati e dall’accettare, dal comprendere e dall’amare… La gioia nasce dalla gratuità di un incontro! È il sentirsi dire: ‘Tu sei importante per me’, non necessariamente a parole…”.
Il maestro Eugenio Borgna, illustre Primario emerito di Psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara, sceglie le parole di papa Francesco per concludere il suo ultimo saggio, dedicato agli aspetti non solo fenomenologici e psicologici della gioia, ma anche e soprattutto agli aspetti spirituali che la connotano e la rendono essenziale per una vita piena e ricca di significato. Il richiamo alle parole chiave di Cicely Saunders in quel “Tu sei importante per me…” ce lo rende immediatamente caro e affine, nel considerare la Cura come una relazione che ha al centro la persona e il suo vissuto, con i suoi bisogni profondi.
È commovente il fatto che, come nota il suo allievo Vittorio Lingiardi nella Postfazione, proprio l’ultimo scritto del Professor Borgna, morto il 4 dicembre del 2024 e da sempre a contatto con tutti gli aspetti del Dolore, sia interamente volto ad illuminare le mille facce della Gioia, “emozione fragile e luminosa, friabile e impalpabile, delicata e abbagliante, leggera e profonda”. Quanti aggettivi colmi di senso a sottolineare le sfumature di un’emozione che ci fa stare bene, ci ancora al presente e ci aiuta a “vedere nelle persone quello che hanno di positivo e di luminoso”, anche se commista alle lacrime e alla sofferenza!
Sicuramente, il cammino di questo grande uomo, scienziato e narratore, capace di nutrire il sapere clinico con la saggezza della poesia e le domande della filosofia, non è stato soltanto un “lavoro”, seppur svolto con competenza e passione: piuttosto è stato un incessante “incontro” con le persone malate, con le loro parole e i loro silenzi, nella ricerca condivisa di un senso alla vita nella comune umanità.
Spaziando dalle Mille candele danzanti di Bobin, in cui vede “una delle testimonianze più abbaglianti di una gioia che cambia il nostro modo di vivere le diverse stagioni della vita”, alle parole di Simone Weil, secondo cui “gioia e dolore sono doni ugualmente preziosi che bisogna assaporare a fondo” e “la gioia è un bisogno essenziale dell’anima”, egli riflette sulle parole che fanno bene e su quelle che fanno male, sulle parole del cuore, sull’importanza del sorriso e dell’ascolto e ci regala perle preziose in forma di poesie di Rilke e di Emily Dickinson, di riflessioni di Etty Hillesum e di Edith Stein, solo per citare alcuni autori a lui familiari e amici.
Comprendiamo, così, come questo scritto, piccolo come spesso sono i suoi saggi sia nel formato che nel numero di pagine, interroga e richiama tutti coloro che, in vari ruoli e da differenti punti di vista, sono dediti al “curare” e al “prendersi cura”, quindi anche chi opera nelle Cure Palliative, dove spesso le parole lasciano il posto ad altri linguaggi non meno essenziali, perché “la comunicazione verbale non può non accompagnarsi a quella non verbale”.
Ecco allora ricordare l’importanza dello sguardo – “è necessario guardarsi negli occhi e leggere le emozioni che li animano… Occhi aperti all’invisibile e all’indicibile… non occhi che sbranano…”- e l’essenzialità del saper ascoltare – “per ascoltare occorre tacere… ascoltare con il cuore” – senza dimenticare che comunque la vita è un mistero sempre e comunque. Emerge chiaro qui quel senso di “limite”, “confine e soglia” al tempo stesso, che è fondamentale non dimenticare quando “è difficile dare un senso alle ore dolorose della vita”.
“Quante lacrime invisibili al mondo in un visibile sorriso”, ricorda poi, anche se il sorriso è leggiadro come una farfalla colorata e “aggiunge un filo alla tela brevissima della nostra vita”. Mai dimenticare, però, ciò che dà sostegno all’esistenza: “la speranza non può essere disgiunta dalla gioia”, come testimoniano le struggenti e coraggiose parole di Etty Hillesum, morta ad Auschwitz a 29 anni, nel suo meraviglioso Diario e cui Borgna attinge spesso.
Nell’essere consapevole dell’angoscia crescente del suo tempo e del suo prossimo destino, scrive parole che sanno di testamento spirituale, fatto di gioia e di speranza, nonostante la paura, la sofferenza e la tristezza:” Ma cosa credete, che non veda il filo spinato, non veda i forni, non veda il dominio della morte, sì, ma vedo anche uno spicchio di cielo, e questo spicchio di cielo ce l’ho nel cuore, e in questo spicchio di cielo che ho nel cuore io vedo libertà e bellezza”.
Come nota l’autore, “la morte vicina non ha spezzato in lei le esili ali della gioia”.
Così, con l’aiuto della letteratura, della poesia e della musica, si può far fronte a quel sentimento diffuso, nei nostri tempi moderni, per cui la fragilità è una condizione di cui vergognarsi e da nascondere, e promuovere, invece, l’elogio della fragilità come condizione umana comune a tutti, di cui avere cura, con cui dialogare e nella quale mantenere viva quell’emozione impalpabile e fuggitiva che è la gioia.
Educare alla gioia, in famiglia e a scuola, è possibile e doveroso, sottolinea, ma soltanto se la si intende come autentica esperienza di vita e se ne evidenzia la potenzialità creatrice: “la gioia è maestra di vita”, a patto che non ci si abbandoni alle abitudini, alle ripetizioni e alla noia, intesi come “deserto della gioia e della speranza”.
Inoltre, ripercorrendo con onestà anche i momenti difficili della sua esperienza clinica, in cui si è trovato a dovere far scomparire la gioia con la verità di una diagnosi complessa, invita a non dimenticare mai quali sono gli strumenti di cui avvalersi in una relazione veramente umana: gentilezza, tenerezza, mitezza e limpidezza accompagnano in un incontro vero, dove a volte la gioia è anche impressa nella memoria e si può ridestare complice di resilienza in situazioni limite. Come non ammirare, a questo proposito, la tenerezza dei suoi ricordi legati al suono delle campane in Liguria e sul Lago d’Orta, che personalizzano un saggio dove contribuiscono voci diverse, ognuna indimenticabile?
Regaliamoci, dunque, la lettura di questo libricino tanto intenso e denso di spunti preziosi: la gioia nasconde in sé nostalgia di infinito, conclude Borgna, e rivive nella nostra interiorità, con il compito di mantenere viva “la gioia delle persone che la vita ci fa incontrare e che non dovremmo mai ferire… Una cosa semplice, ma che, se realizzata, cambia il mondo delle relazioni umane”.