“Lasciare andare”: la seconda puntata della “nuova” biografia di Cicely.

Alla meta degli anni ’80, il St Christopher’s era diventato meta di pellegrinaggio per coloro che erano occupati nella cura dei morenti”.

Inizia così il secondo capitolo della nuova biografia aggiornata di Cicely, che abbiamo iniziato a raccontare qualche settimana fa: cfr. https://www.sulsentierodicicely.it/evoluzione-una-nuova-autobiografia-di-cicely-a-puntate/

Provenivano da ogni parte del mondo per imparare alla sorgente come mettere in pratica il suo modo di dare assistenza, assorbendo direttamente da lei il suo speciale modo di relazionarsi con i pazienti, riassunto in quello che era il mantra dell’Hospice: “Tu sei importante perché sei tu…”

Logicamente, al St. Christopher’s non c’era soltanto “un amorevole ed efficiente modo di prendersi cura”, ma anche formazione e ricerca, secondo i principi del Movimento Hospice che prese il via da questa straordinaria Dottoressa inglese e che si diffuse ovunque nel mondo, in modo graduale e progressivo. Cicely, tuttavia, desiderava che essi “contagiassero” altri al di là del Movimento in sé e così avvenne, non solo riguardo ai malati oncologici, ma anche per i malati cronici o con malattie degenerative; e non solo in Hospice, ma anche a domicilio, in ospedale, negli ambulatori e ovunque potevano essere applicati integralmente.

Il suo ruolo di Fondatrice fu riconosciuto a livello internazionale, grazie anche ai suoi discorsi, agli articoli che scrisse e alle apparizioni in tv o alla radio; fu insignita di Lauree e Dottorati “ad honorem”, oltre che di premi e riconoscimenti importanti, anche monetari e destinati alle necessità del suo Hospice, tra cui, nel 1989, il più prestigioso tra quelli inglesi, l’“Ordine del merito”, il cui primo membro femminile fu Florence Nightingale. Ebbe ufficialmente contatti con la Regina Elisabetta, tanto da partecipare ogni 5 anni ai famosi Garden Tea di Buckingham Palace e da trascorrere con Marian anche un weekend a Windsor, dove venne omaggiata appositamente per lui l’arte polacca.

Nonostante tutto ciò, il St. Christopher’s fu spesso in una situazione di precarietà finanziaria, per la quale Cicely sempre confidò nella Provvidenza, ma che costrinse a tagli e chiusure nel corso degli anni: ogni volta per lei era un duro colpo, ma il suo modo di accettare con intelligenza visionaria il “da farsi” si combinò con il suo non essere mai pronta a farsi da parte, neanche nel 1985, quando ormai era chiaro che i tempi pionieristici erano passati e che i collaboratori si aspettavano che lei e Tom West accennassero a un passo indietro nella gestione.

Come avrebbe mai potuto Cicely rinunciare a partecipare dal vivo alla crescita della sua creatura? Non lo fece mai finché visse: soltanto l’amore per suo marito Marian, seriamente malato, e l’avanzare dell’età la convinsero a rallentare; ma, dopo 17 anni di carriera come Direttore Medico, nel 1984 divenne Presidente del Consiglio dell’Hospice, poi Presidente Fondatore nel 2000 e continuò a lavorare nel suo ufficio, mentre Marian a sua volta dipingeva nel suo studio al piano alto, accanto all’ala chiamata Rugby Ward. Quando, poi, la malattia si aggravò, dopo sei settimane di ricovero nella “loro” struttura, il 28 gennaio 1995 lui morì e le sue ceneri vennero sepolte nel giardino, sotto una semplice lapide con il suo nome… proprio come riporta una delle tante note biografiche contenute nel Play “Cicely and David” di David Clark, quando Cicely anziana lo racconta al giovane Paul.

Cicely rimase vedova, quindi, e per una volta il suo lutto non fu segreto, bensì condiviso: profondamente grata per gli anni trascorsi insieme, soprattutto dopo il tanto desiderato matrimonio, visse altri dieci anni in cui si diede sempre da fare per modernizzare e accompagnare la crescita del St. Christopher’s, mantenendone saldi i valori di base.

Questo capitolo è illuminante anche perché fa un’interessante panoramica sui personaggi che per primi costituirono il nucleo fondante dell’Hospice e sugli avvicendamenti nelle cariche, alcuni avvolti di tensione o particolarmente dolorosi, altri più naturali e comunemente concordati, ma sempre imprescindibili dall’amore viscerale e un po’ “possessivo” di Cicely per esso: in effetti, lei era sempre presente anche quando, apparentemente, aveva lasciato un incarico ad un altro e avrebbe dovuto farsi da parte. Tuttavia, come non considerarla come il Capitano che guida la nave, anche quando ammiragli e marinai sono capacissimi di farlo proprio grazie ai suoi insegnamenti e alla sua riconosciuta capacità di valorizzare i talenti di chi lavorava con lei?

Ecco allora tratteggiate tante figure meritevoli di approfondimento: tra gli altri, Tom West, amico carissimo e Direttore Medico del St. Christopher’s, con cui visse un rapporto autentico di amicizia e confronto; Albertine Winner, Presidente del Consiglio prima di lei e grande aiuto nel reperire fondi per l’Hospice; il dr. Sam Klagsburn, psichiatra e medico sempre disposto ad ascoltare il Personale, Cicely e Tom compresi; Barbara McNulty e Mary Baines, infermiera e dottoressa che diedero il via al Servizio di Cure Palliative Domiciliari; Robert Twycross, medico ricercatore (cfr.  https://www.sulsentierodicicely.it/omaggio-al-dr-robert-twycross-sulle-orme-di-cicely-una-storia-di-pionieri-lunga-una-vita-intera/)… e così via, fino a narrare la storia di una “paziente fondatrice”, Jane Zorza, figlia di Victor, curiosamente polacco anche lui, come gli uomini più importanti della sua vita.

Jane entrò in Hospice soltanto otto giorni prima di morire, nel 1977, ma questo significò per lei una nuova dignità e un nuovo senso della vita, a paragone con i trattamenti ricevuti in ospedale: la sua famiglia, in seguito,  raccontò la sua storia in un libro intitolato “A Way to Die”, che Cicely apprezzò molto come testimonianza autenticamente sincera e che riscosse un grande successo in UK, fino a essere presentato dal padre in tour in America. Addirittura Victor, che vi aveva trascorso diversi anni ai tempi della Seconda Guerra mondiale, raggiunse l’obiettivo straordinario di far nascere il primo Hospice in Russia, il Lakhta Hospice di San Pietroburgo, che fu il capostipite di tanti altri.

Come riassumere, dunque, le tante iniziative cui Cicely prestò il suo aiuto e a cui diede la sua approvazione? Una per tutte, l’Associazione “Help the Hospices” nel 1984, tutt’ora attiva nel promuovere la comunicazione tra le tante strutture presenti in UK, nel reperire fondi, nel tenere rapporti con i media e con la politica, oltre che nel sostenere le basi accademiche delle Cure Palliative.
Nel 1985 nacque l’ “Association of Palliative Medicine” ad opera di medici suoi collaboratori (Twycross, Doyle, Hillier) e l’anno successivo vide la luce la rivista “Palliative Medicine”, il cui nome fu scelto proprio da lei, in quanto più significativo e di ampia portata che “Palliative Care”.

Insomma, Cicely si diede sempre un gran daffare, pur dedicando tanto tempo, come già accennato, a suo marito Marian e alla famiglia polacca acquisita, con cui ebbe relazioni molto affettuose, tanto da vivere parte del lutto fresco fresco proprio accanto alla figlia Daniela in America… Arrivederci alla prossima puntata!

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