L’esperienza viva di Faenza: due passi significativi con il Play all’insegna della formazione condivisa.

Come poter narrare in poche centinaia di parole una due giorni intensa, vissuta appieno, colma del calore tipico romagnolo e decisamente istruttiva anche per Jo e per me, come sempre avviene nell’ottica della reciprocità e del camminare insieme?

Sì, perché l’ultima, recente tappa del viaggio in Italia del Play “Cicely e David” di David Clark a Faenza è stata davvero significativa: ogni incontro lo è, ogni volta che è stato ospitato da una città, da un luogo di Cura, da un’associazione di volontariato si sono create connessioni e relazioni importanti, oltre che ne sono scaturiti spunti fruttuosi per riflettere e per sentire cosa davvero è essenziale nella relazione di cura, soprattutto quando si svolge negli ultimi tempi della vita.
Alcune volte, tuttavia, per una qualche misteriosa alchimia, gli argini si rompono di più e l’apertura, la partecipazione e la condivisione si fanno davvero travolgenti nel senso bello della metafora, cioè ci si ritrova in un clima di particolare benevolenza e non giudizio che dona una sana voglia di dire la verità e la libertà di essere autentici a 360 gradi: a Faenza è stato così e ve ne siamo profondamente grate!

Il primo dei due appuntamenti organizzati dal Direttore della Rete di Cure Palliative di Ravenna, Dottor Luigi Montanari, con la collaborazione preziosa e attivissima dei due Coordinatori degli Hospice di Faenza e Lugo, Maria Baldini e Piero Amati, si è svolto il giovedì sera 8 ottobre, alle 19,30, nella splendida sede universitaria distaccata di Infermieristica che è la Casa salesiana, ed era aperto a tutti, professionisti sanitari e non, purché interessati a conoscere le buone Cure Palliative, attualissime e mai del tutto chiare alla maggioranza della gente.
Un’ottantina di persone, con la presenza graditissima del Sindaco, del Vescovo, del Direttore dell’Ospedale e della Direttrice del Distretto medico, hanno seguito con attenzione e in un silenzio raccolto la storia dell’incontro tra la Fondatrice universalmente riconosciuta delle moderne Cure Palliative, la Dottoressa Cicely Saunders, e il suo primo “paziente fondatore”, il polacco David Tasma.

Perché scegliere di proiettare il filmato del Play con questa intenzione? Principalmente perché è un “linguaggio altro di cura” che favorisce l’autoconsapevolezza emotiva ed è provatamente efficace nel coinvolgere gli spettatori nella storia, facendo risuonare interiormente pensieri ed emozioni agganciando il linguaggio più consono a ciascuno. Così, nel dibattito che ne è seguito, c’è stata la possibilità di approfondire alcune questioni, dell’ascoltare l’intervento di alcuni presenti e le storie vere di Jo Hockley, infermiera palliativista che ha lavorato a stretto contatto con Cicely e grande amica del Sentiero, oltre che di accogliere come un dono la testimonianza di Amalia, che ha letto una sua splendida poesia sulle caratteristiche principali di un “buon dottore” e ha confidato la sua travagliata e dolorosa esperienza relativa all morte di suo fratello Davide per una malattia rara, in un contesto ospedaliero di fatto digiuno da ogni conoscenza di accompagnamento ben fatto, quello, cioè, che coinvolge paziente e familiari e li aiuta a vivere il processo del morire in previsione dell’incontro inevitabile con la morte. Un dono, dicevamo, e anche una provocazione, da prendere sul serio e da esplorare.

Il pomeriggio successivo, venerdì, il secondo passo della nostra trasferta, si è tenuto a Villa Agnesina, l’Hospice di Faenza, dove un gruppetto di 15 Professionisti – infermieri, oss, psicologhe e ben 3 coordinatori, ma, ahimé, nessun medico –si è allenato con noi in un laboratorio di Medicina Narrativa, partendo dalla visione del Play – per coloro che, essendo di turno la sera precedente, non lo avevano ancora visto – e proseguendo in un alternarsi di spunti metodologici, parole-chiave delle Cure Palliative declinate secondo gli insegnamenti di Cicely e corroborate da inviti alla lettura di testi appropriati e, naturalmente, storie vere legate soprattutto all’esperienza di Jo, generosa e chiara nel raccontarle e molto apprezzata da tutti per la sua semplicità e affabilità. I rimandi finali, reciprocamente condivisi e portati a casa, si possono riassumere in alcune parole colme di senso: gratitudine, consapevolezza, ri-motivazione, curiosità e desiderio di approfondire. A proposito, grazie anche a Barbara e Samantha che sono venute apposta da Ravenna pensando, poi, di trovarci in futuro anche da loro!

La nostra gioia è stata ulteriormente alimentata dalla gentilezza e dalla disponibilità degli amici Antonella e Costa, che ci hanno scarrozzate su e giù, dall’amabilità di Maria e della sua bella famiglia, dall’aperitivo condiviso con Luigi e dal caffè corretto Sambuca… per non parlare del tempo libero dedicato alle passeggiate e alla visita al meraviglioso Museo della Ceramica.

Per concludere, il Play si è confermato ancora una volta uno strumento innovativo di Formazione in Cure Palliative: uno strumento narrativo che utilizza parole, immagini e azione scenica e, in quanto tale, per la sua valenza formativa a livello internazionale, una scommessa di fatto vinta anche in Italia… in attesa del nuovo lavoro che è già in atto da parte dell’autore, David Clark, della produttrice, Jo Hockley, della regista, Meghan Wallace e dI un team multidisciplinare, e che ci vedrà, in squadra, impegnati in primavera nel suo promettente “sequel”. Ad maiora!

Francesca Bracco &Jo Hockley

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