“Orizzonti più ampi”: il terzo capitolo della “nuova” biografia di Cicely.

La morte del marito di Cicely, Marian, a gennaio 1995, segnò una nuova, dolorosa perdita per lei, come abbiamo visto nella scorsa puntata. Con una differenza sostanziale, però, e cioè quella che il suo lutto, questa volta, poteva e doveva essere liberamente condiviso: con gli amici, nel contesto lavorativo e sociale, con i suoi fratelli e soprattutto con la sua famiglia acquisita, composta da Daniela Faggioli, la figlia italiana frutto di una storia di lui dopo la guerra, e dal nipote Max, che la ospitarono a San Francisco per un mese, dove ebbe l’opportunità di conoscere gente nuova e incontrare con piacere vecchi amici dei tempi dei suoi viaggi in America.
Un vero tonico per lei, che a giugno si ritrovò nuovamente colma di sano entusiasmo e autentica energia, pur sentendo moltissimo la nostalgia per Marian e per la loro vita coniugale: Daniela stessa si affezionò molto a Cicely perché riconobbe in lei la donna che riuscì a mitigare molti aspetti del carattere di suo padre e lo amò fedelmente prendendosi cura di lui fino alla fine, contribuendo in tal modo a rinsaldare il legame tra padre e figlia che era stato “tempestoso” per larga parte della vita.

A 77 anni, dunque, riprese a viaggiare e la sua seconda tappa fu il paese natale di suo marito, Trokeniki, attuale Bielorussia, ma allora Polonia occupata dalla Russia. Fu una scelta profondamente affettiva e importante per lei: venne accolta con solennità da tutte le autorità e dalla gente del luogo, inaugurò una mostra permanente dell’arte di Marian, fece celebrare una Messa di Requiem per lui e per i genitori di entrambi, depose al cimitero una pietra bianca e portò con sé in Inghilterra due piccole pietre di granito ricevute in dono, che mise a fianco di una sua foto in casa e vicino alla sua lapide nel giardino del St. Christopher’s.

Dopo questi due percorsi “risanatori”, fu invitata in tutto il mondo per ricevere premi, tenere conferenze e garantire i suoi consigli quando sorgevano nuovi Hospices. Cicely contestualizzò storicamente il termine “hospice”, riandando indietro a Jeanne Garnier che a Lione lo usò per la prima volta nel 1842 nel senso di “luogo per l’assistenza dei morenti” per il suo “Calvaire”, per poi proseguire con Madre Mary Aikenhead e le Suore irlandesi della Carità che lo ripresero a Dublino nel 1879, e poi ancora, nel 1905, per la loro fondazione in Uk del St Joseph’s Hospice, dove lei stessa si formò nella terapia del dolore e nell’assistenza compassionevole ai pazienti. Tutto ciò perché, con molta onestà e umiltà, ci teneva a riconoscere che si era ispirata a questi modelli, senza inventare nulla, ma aggiungendovi, nel tempo, due caratteristiche uniche che, per prima davvero, ritenne basilari accanto all’assistenza clinica: la ricerca e la formazione.

Quando compì 80 anni, nel 1998, gli aspetti così variegati della sua personalità e del suo lavoro vennero festeggiati con iniziative e onori davvero commoventi: oltre alla cartolina acquarellata con il Castello di Windsor da parte della Regina Elisabetta in persona, ebbe la grande sorpresa della presenza della Principessa Alexandra a inaugurare la Conferenza internazionale che tenne al Royal College of Physicians, dedicata ai progressi nelle Cure Palliative e che, come registrò David Clark, fu soprattutto incentrata sul lavoro ancora da fare più che sui successi raggiunti… Tipico di quell’atteggiamento di “visionaria con i piedi per terra” proprio di Cicely, mi viene da aggiungere.
Nello stesso anno ricevette un omaggio “cucito su misura” sulla sua persona da uno dei suoi primi allievi, Balfour Mount, a Montreal in Canada, durante un Congresso internazionale: non potè partecipare personalmente, ma rimase al cuore dell’evento grazie ad un album dipinto con elementi naturali, intervallati da messaggi personali dei delegati per lei, dove fondamentalmente si riconosceva il potere “contagioso” del suo sapere e della sua esperienza condivisa che, a sua volta, come in una catena magica, si trasmetteva dai suoi allievi a nuovi operatori nel campo.

Cicely sapeva raccontare le storie dei suoi pazienti, mostrandone le foto per far vedere dal vivo il “prima” e il “dopo” del soggiorno in Hospice, con una passione davvero coinvolgente e convincente: il potere terapeutico della Medicina Narrativa, che non ha scoperto nulla di nuovo da Ippocrate in poi, se non affinando strumenti e competenze, si basa tutt’oggi sulle storie vere dei pazienti e delle loro famiglie per formare gli operatori sanitari nelle cosiddette “soft skills”, cioè le abilità comunicative e relazionali. A tutto ciò univa dati e statistiche tratte da ricerca e vita vissuta al St. Christopher’s: ecco che questo binomio diventava più che contagioso, perché univa la potenza delle storie autentiche alla scientificità dei numeri… un modello vincente che le appartiene davvero!

La nostra Dottoressa era una lavoratrice infaticabile, come possiamo dedurre, e lo era anche quando i problemi di salute si ponevano ad ostacolo: sopportò forti dolori dovuti all’osteo-artrite, subì una doppia protesi alle ginocchia a fine anni ‘90, un cancro al seno diagnosticato nel 2002 che le regalò una mastectomia e poi dolori lancinanti alla schiena, come in giovinezza, che condussero a una diagnosi di cancro osseo e a una delicata operazione di ricostruzione dell’anca. La maggior parte dei suoi interventi avvennero al St. Thomas’ Hospital, tanto significativo per lei, con tutte le attenzioni e la trepitazione che il team multidisciplinare non poteva non provare di fronte a una tale paziente, e il tempo della convalescenza e della riabilitazione sempre nel suo St. Christopher’s, da dove tornava a casa appena poteva per rientrarci, poi, da risanata, nel suo amato studio sopra la finestra di David.

Nella hall del St Thomas’, accanto a quello di Florence Nightingale, che lì aveva la sua Scuola di Infermieristica, c’è ancora oggi un busto bronzeo che la ritrae, opera che scoprì lei stessa nel 2002 in una solenne cerimonia. Ecco perché la sua amica Woozle la prende in giro ironicamente per il fatto di avere apprezzato tali onori mediatici… Ma questa è un’altra storia che conosceremo più avanti in un’altra sede!

Cicely fu in ricerca fino all’ultimo, chiedendosi sempre se avevano fatto abbastanza, seguendo attentamente i cambiamenti nel suo Hospice e adattandovisi con intelligenza e creatività, anche quando non rispecchiavano le sue convinzioni: ad esempio nel campo della fede, che in lei rimase costante e in sviluppo per tutta la vita, ma che riconobbe non essere più fondante per tanti; in questo caso, pensava che fosse il modo di dare assistenza a permettere di comprendere il lungo viaggio dei pazienti e che su questo fosse inevitabilmente necessario essere formati.

Anche nei confronti dell’eutanasia, che lei avversò e argomentò fino all’ultimo, ben sapendo che nel futuro la questione si sarebbe riproposta con maggior forza, propose il modello dele Cure Palliative ben fatte: in base alla sua esperienza, riteneva che quel 5% di dolore che non rispondeva ai farmaci, e che rendeva la fine della vita insopportabile per chi lo provava, potesse essere lenito con un po’ di sedazione e che non erano queste le persone a richiederla. La sua grande paura era che le persone più fragili e vulnerabili, nel caso in cui l’eutanasia fosse stata approvata per legge, si sentissero un peso fisico, emotivo e sociale per i congiunti e che i medici si sentissero liberi di trasformare una richiesta volontaria in una prassi; oltre a questo, il suo più grande rammarico era che le persone perdessero l’occasione di vivere gli ultimi giorni, settimane o mesi della loro vita come opportunità per scoprire tesori nascosti, riallacciare rapporti o far pace con se stessi… Avendo assistito a tanti piccoli “miracoli”, ognuno secondo il suo cammino e il suo volere, non poteva tacere e non poteva non impegnarsi eticamente in Commissioni appositamente fondate.

Merita anche ricordare la sua lucidità nel considerare che l’originaria indipendenza dal Servizio Sanitario Nazionale (NHS) era una forza e un limite: una forza nel non subire tagli e nel mantenere vive le caratteristiche dell’assistenza in Hospice (tempo da dedicare, qualità del tempo, cura totale per un dolore totale); un limite nel non essere accessibile a più persone e nel non avere finanziamenti.
La vera forza dell’Hospice, come roccia salda, erano già allora i volontari: grazie alle loro mille iniziative e alla loro generosa gratuità, furono il supporto principale del St. Christopher’s, di cui solo un terzo dei bisogni era coperto finanziariamente dal NHS. Ancora oggi sappiamo bene quanto è indispensabile l’apporto di persone che, pur non professionisti del campo, ci credano e si spendano per questa causa… tenetelo sempre a mente, cari volontari!

Da ultimo, ricordiamo come Cicely ritenesse fondamentale l’avere una Fondazione espressamente dedicata alla ricerca, da poter poi riversare nella pratica di cura: cosÌ, nel 2002, divenne Founder Trustee e Presidente della “The Cicely Saunders Foundation” (oggi rinominata “Cicely Saunders International”).

Dopo la sua morte, infine, nel 2007, iniziarono i lavori, grazie ad un’immensa raccolta fondi, per creare un’ulteriore, innovativa fondazione: il “The Cicely Saunders Institute of Palliative Care”, la prima istituzione al mondo a riunire sotto lo stesso tetto ricercatori, professori e tirocinanti, creando un ambiente ideale per la Cura secondo i principi da Cicely pensati e messi in pratica.

Riprendiamo l’ultima frase di questo capitolo, perché davvero ci pare emblematica di questo grandioso e lungimirante risultato: l’Istituto può essere considerato una degna eredità della Fondatrice e una “finestra in una casa globale”. Come meglio si potrebbe definire la “finestra di David” amplificata a raggiungere in lungo e in largo tutto il mondo?
Arrivederci alla prossima e ultima puntata!

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